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ADELINO ROSSI Let Me Help You

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| € 1.400,00 (Quotazione di mercato) |
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. novità
tipologia: foto categoria: fotografia anno: 2008 dimensioni: 100 x 75 cm tecnica: fotografia digitale / stampa lambda su d-bond genere: natura morta tiratura: 3 + 1 p.d.a.
tag: alluminio, animali, atmosfera, biologia, colore, d-bond, digitale, figura, leggerezza, morte, natura, performance, selvaggio

|  artista: Adelino Rossi |
2008, 100 x 75 cm,
stampa lambda su d-bond
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l'opera. Beauty Of A Corpse
Luigi Meneghelli
“E’ davvero facile usare la fotografia con crudeltà. Io fotografo con affetto”. Così dichira l’artista americana Nan Goldin, anche se a prima vista, le sue immagini non sembrano certo carezze, ma lividi impressi sul corpo della società americana. Ebbene, anche gli animaletti (coleotteri, piccoli roditori, molluschi, ecc.) che Adelino Rossi riprende aldilà del limite estremo della loro vita, anzi in uno stadio che contempla già l’idea di scarto e di resto, in realtà sono osservati con “assoluto amore” (come ci tiene a ribadire lo stesso artista). Un amore che sa guardare a ciò che è finito, a ciò che non è nient’altro che reliquia e scoria, come a qualcosa che rimane comunque miracolosamente “caldo”, animato. Un amore che cerca di “raccogliere” e conservare i cadaveri di queste “creature insignificanti”, che cerca di trattenerli, di farli sopravvivere strappandoli al vuoto, al nulla, alla dissoluzione cui sono destinati. Un amore che vuole salvare almeno un’orma, una traccia, un indizio di questo mondo arrivato all’ultimo stadio dell’essere, lasciandosi scivolare nell’immedesimazione, in un fraterno sentire, perché esso ci costringe a toccare qualcosa di essenziale, di elementare (se non addirittura di universale).
Rossi non sorprende il suo universo in miniatura con l’attitudine della spia, che guarda morbosamente dal buco della serratura, né coglie “l’istante decisivo” di una scena, come fa “il fotografo-arciere” Cartier-Bresson. Egli non cerca, trova; non insegue, incontra. La sua ecatombe di mosche (Landscape 1), il suo topolino scheletrito (I love you too) gli capitano sotto gli occhi come un’apparizione inattesa e casuale. Ed egli realizza più scatti, senza nessun’altra pretesa che l’esibizione di una semplicità al limite del “così è”. Fare una fotografia, per lui, è un atto di accettazione, è il desiderio di cogliere la verità e di assumerla, senza cercare di farne una versione personale. E se si permette qualche leggero intervento di make-up, è solo per accentuare qualche particolare o per togliere qualche disturbo visivo, come farebbe qualsiasi donna nell’intento di attenuare (se non di eliminare) le proprie rughe. L’obiettivo dell’artista è quello di rendere esteticamente bella l’immagine, quello di farne quasi un’icona preziosa, malgrado o forse proprio per l’apparente luttuosità del soggetto. Del resto non esiste una sorta di toilette funebre anche per gli umani, non viene truccato anche il corpo dei morti prima dell’ultimo viaggio?
Ma a Rossi non interessa fare un discorso filosofico sul senso della vita e della morte o teorizzare sulla fine e sull’oltre, come non gli interessa immischiarsi in questioni biologiche o ecologiche. Se un’idea di morte si mostra, essa va vista come un consegnarsi a qualcuno: non come lasciare un’eredità, ma come un lasciarsi in eredità. E non è un caso che l’artista crei intorno alle sue cavallette, alle sue mosche, alle sue formiche una sorta di vuoto pneumatico, dove sparisce ogni dimensione spaziale, in favore di una dimensione della nudità, dell’isolamento, dell’asetticità. Così, in un fondo anonimo e piatto, queste “figurine” si ergono come l’inventario di un entomologo insaziabile. Solo che la loro raccolta non è pensata in vista di una collezione e di una classificazione scientifica: ciò comporterebbe, a detta di Italo Calvino, un lavoro di prelievo, di schedatura, di messa sottovetro. Qui invece si tratta di una serie di esserini salvati dalla dispersione e dalla dissoluzione ed elevati a simboli di qualcosa di sacro e magico, fatti emblemi di resurrezione e di eternità. Può sembrare un paradosso: ma, spogliati dei loro pesi fisici, dall’incombenza di spostarsi con tutto il loro armamentario di filamenti, tenaglie, corazze essi si ofrono nudi, inermi, re e regine rigenerati a nuova vita.
Scorrendo in internet le pagine di un blog che parlava di “insetti morti” mi è capitato di leggere: “I loro cadaveri sembravano resti di mezzi militari abbandonati dopo la battaglia, le corazze erano squarciate, le posture erano innaturali, gli sguardi erano vitrei”. Gli insetti e i piccoli mammiferi di Rossi invece non danno mai la sensazione di un conflitto, di un campo di sterminio, ma solo di una metamorfosi interiore. E’ come se essi fossero addormentati o come se riposassero nel silenzioso grembo di una dimensione insituabile. Perfettamente riconoscibili, seppure capovolti (come lo scarabeo di Let me help you), ma anche “altri”, diversi, lontani. Danno luogo ad un mostrarsi che al tempo stesso si ritrae. Insinuano nel chiarore della luce la densità dell’ombra. Una volta smessi i loro voli avventati o i loro camminamenti faticosi, la loro presenza diventa enigmatica, una verità tutta da scoprire. Essi danno testimonianza di una zona di confine, di un punto di passaggio tra mondi. Sono tutto e niente, qualcosa senza essere più una cosa (un animale). Ma è proprio a questo stadio che l’occhio fotografico di Rossi interviene e interroga. Tutto quello che è quotidiano, banale, ordinario, diventa improvvisamente un problema. Seguendo le tracce di Georges Perec, l’artista sembra chiedersi: “Come parlare di questi esseri comuni, o meglio, come braccarli, come stanarli, come liberarli dalle scorie nelle quali restano invischiati, come dar loro un senso, una lingua, perchè possano finalmente parlare di quello che sono? “. Resi statici, inermi da chissà quale malattia o calamità essi possono essere osservati, esaminati, senza però impiegare l’invasività di una “vivisezione”, ma ricorrendo a una sorta di “pietas” che li rende ancora più perfetti, visivamente più inappuntabili. Anzi, l’artista nel tentativo di salvaguardarne la peculiarità anatomica, sembra impiegare delle tonalità cromatiche aderenti alla famiglia a cui vari insetti appartengono: il bianco e nero per le formiche, una tempesta di colori per le farfalle, una gamma grigia per la lumaca impantanata nel fango. E’ come se egli volesse stabilire nei loro confronti un legame, una solidarietà.
In un incontro Rossi è arrivato a confessare che egli adopera il digitale, perché gli restituisce un’immagine leggera, pulita. La camera oscura, con tutte le sue valenze anche psicologiche di viaggio nel buio, di inabissamento nella profondità dell’essere, gli pare più artificioso, un percorso troppo lungo, per uno che ama l’immediatezza, la precisione, quasi l’istantaneità di una polaroid. In fondo c’è anche una coincidenza tra il linguaggio della fotografia che fissa un’immagine e la fissità naturale in cui vengono ripresi i soggetti. R. Barthes sottolinea che la fotografia è “un sapere della morte”: ma se io fotografo qualcosa di già morto, sembra chiedersi Rossi, forse le cose si capovolgono: io non mi ritrovo sotto gli occhi “ciò che è stato”, ma “cio che è”, ciò che non può più mutare nel tempo e dire altro di sé.
Eppure, questi soggetti, una loro storia ce l’hanno: una scrittura (indecifrabile) li accoglie (Landscape 1); oppure sono essi stessi che si “fanno scritture”, che si disperdono secondo un disegno ideogrammatico (For you). Che intendono mai dire? Forse che aldilà della spontaneità dell’istantanea e aldilà del loro trapasso, una trama eterna li coinvolge, un intreccio rituale di gesti, di movenze, di espressioni li perpetua. Il fatto è che oltre ogni fine, un atto vitale li ha anticipati e li fa perdurare, e che, dunque, essi non sono altro che feticci sublimi di una vita senza tempo.
Quanto Rumore Può Fare La Vita Di Un Insetto?
Sebastiano Zanetti
Sono alla stazione di Venezia in attesa dell’arrivo del treno regionale che mi porterà fino a Verona, a casa. Venezia come in ogni periodo dell’anno è colma di turisti che in gruppi più o meno numerosi si vanno a mescolare con tutte quelle altre persone che in un disordine consueto creano un enorme brusio in sottofondo. L’architettura della stazione è l’unica massa ferma a cui riesco a rapportarmi, per il resto sono solo punti che poi in movimento creano linee. Sono seduto su una delle panchine che fiancheggiano il binario 6, il gesto delle persone che vedo ripetersi con più frequenza è quello di gettare i mozziconi di sigaretta sui binari: l’ultimo tiro ben aspirato e poi zann un bel lancio. Seguo quest’ultima sigaretta nella sua traiettoria dalle dita della mano sino ad arrivare al suolo, questa volta però sbattendo contro qualcosa color ocra creando una piccola esplosione di braci che subito si raffreddano e si spengono. Guardo meglio e mi accorgo che tra le altre sigarette, gli avanzi di cibo e la sporcizia c’è una lumaca, non riesco a crederci, cosa ci fa li in mezzo? Si muove lentissima, e assieme a lei il tempo. Strisciando passa da un blocchetto di pietra all’altro, lasciando una leggera scia umida dietro di se, come un’impronta. Si avvicina al binario, penso che debba sembrare un muro enorme e invalicabile per quell’ animaletto ma, non faccio ora a pensarlo che con stupore lo vedo iniziare la sua scalata centimetro dopo centimetro minuto dopo minuto, prima in completa verticale sul fianco del binario e poi finalmente sopra. Dopo essersi fermata per qualche istante ricomincia a muoversi lungo la retta del binario avvicinandosi a un qualcosa di verde, non riesco a capire cosa sia, ma sembra che sia proprio il motivo che le ha fatto intraprendere questo viaggio; inizia a mangiarlo. Penso che debba essere qualcosa di davvero prelibato per impiegare tanti sforzi, e più di mezz’ora di tempo. E poi, possibile che tra tanti rifiuti sui binari non ci sia stato nient’altro da mangiare di altrettanto buono e più facilmente raggiungibile?
Mi guardo in giro, nessuno ha notato questa impresa a cui ho assistito, certo, non mi aspetto che tutti questi business man indaffarati o turisti eccitati abbiano motivo di essere attirati da un qualcosa di così piccolo ma ci sono anche bambini li vicino che attendono il treno con i genitori: i bambini con i loro occhi curiosi non avrebbero dovuto notarlo? O quel ragazzo col cane al guinzaglio, lui ha scelto di avere un animale, non dovrebbe avere un occhio di riguardo per queste cose? Mah queste domande forse non hanno senso. Penso però subito al lavoro di Adelino Rossi, se ci fosse lui qui avrebbe visto tutto, sarebbe stato il primo ad accorgersene ne sono sicuro. Forse ho visto quella lumaca proprio a causa sua.
Rimango con lo sguardo fisso su quel puntino ocra vagando in questi ultimi pensieri fino a quando vengo svegliato dal fischio del treno che inizia l’ingresso in stazione. Subito mi è chiara la situazione, le pesanti ruote dei vagoni stanno percorrendo lo stesso binario sul quale la lumachina è ferma, si avvicinano sempre di più e la lumaca sembra non prestare importanza, continua a mangiare. Non so che fare, rimango immobile preso da un leggero panico, la lumaca è ferma e il treno arriva. Penso a tante di quelle cose per intervenire, per salvarla e nessuna mi sembra possibile. Il treno arriva, e con esso le ruote che la schiacciano. Si aprono le porte e brusio va ad integrarsi con altro brusio. Sono l’ultimo a salire sul treno, voglio guardare sotto le ruote ma non vedo nulla, se non la scia umida che la lumachina ha lasciato nella sua scalata e che ora viene illuminata da una leggera luce che filtra tra le lamiere del treno.
Salgo sul vagone, mi siedo, non dico una parola, ripenso a tutto quello che ho visto. Penso al lavoro di Adelino, tutti i suoi scatti fotografici, uno per uno. Ho bisogno di risposte e nel suo lavoro decido di cercarle; le trovo, mi portano però lontano verso altri interrogativi. Arrivato a casa inizio a scrivergli.
Sebastiano Zanetti - Dopo aver per molto riflettuto sul tuo lavoro ho bisogno di porti una domanda importante alla quale però ti chiedo di rispondere (malgrado la complessità) senza giustificare le tue posizioni ma presentandole nella pulizia delle tue idee. Non voglio addentrarmi in specifici pensieri teologici o filosofici a meno che tu non lo reputi immediatamente necessario. Ti chiedo di presentarmi la tua posizione sul concetto di "libero arbitrio".
Adelino Rossi - Inizio complicato : libero arbitrio!.. argomento che da sempre mi affascina, la libertà di scegliere tra il bene e il male fa si che la nostra vita non sia predeterminata e ci permette quindi di fare scelte sbagliate o perlomeno meno condivisibili di altre, in un modo che preferisco definire come istintivo in arte si presenta con scelte atipiche, semplicemente differenti da schemi o linee di pensiero più classiche e note, mi permette così, di usare piccoli animali morti o quasi, per parlare di vita in senso lato, o ancora: mi slega da forme e canoni di bellezza assodati e da concettualità più semplici o fruibili, lasciandomi la libertà di galleggiare in un diverso microcosmo nel quale maggiormente mi identifico..
SZ - Gli animali di cui tratti nei tuoi lavori pensi possano possedere libero arbitrio nelle loro azioni?
AR - Questa domanda mette in evidenza una palese incongruenza con la mia precedente risposta, mi spiego meglio : gli animali suppongo basino la loro intera esistenza sull'istinto, fatto che di per sé li porrebbe come i principali fruitori del libero arbitrio, tuttavia ritengo che non possiamo ora non tenere conto degli stati di coscienza necessari al corretto volgere di quell'algoritmo base, dato da empirismo e intelletto e da intuito e razionalità, fondamentali all'equazione in equilibrio variabile imprescindibile di tutte le nostre prese di posizione, vera separazione fra esseri pensanti e non ; …
( algoritmo : procedimento che consente di ottenere un risultato atteso..da devoto oli ).
SZ - Se allora vogliamo ritenere che gli animali fruiscano del libero arbitrio a prescindere dall’intelligenza e quindi dalla coscienza qual è può essere il fine ultimo del libero arbitrio?
AR - L'indipendenza assoluta, slegata anche dalle stesse forme filosofiche che ampiamente ne parlano, libertà di pensiero vista come attività della mente, distaccata dalla casualità implicita nelle culture che ci stanno intorno e una coscienza autonoma volta alla ricerca del sublime, vede come ultimo fine la leggerezza . In arte è quello che cerco.
SZ - Nel concetto di leggerezza di cui parli può coesistere l’istinto di sopravvivenza?
AR - L'algoritmo è tanto più complesso quali sono i fattori che lo compongono . In questo caso, o particolare momento per me, sia pur vedendolo, tendo a non considerarlo : l'equazione perderebbe il proprio equilibrio, prendendo direzioni a me ora ignote e in questa mancanza, la leggerezza data dalla staticità controllata della composizione verrebbe sicuramente a mancare.
SZ - Vi è dolore nella morte? E se si in proporzione a cosa questo sentimento cresce o diminuisce?
AR - Sicuramente moltissimo, un senso di distacco, separazione e perdita semplicemente intollerabile , nel mio lavoro preferisco non toccare questo argomento, mi interessa la vita come momento, forma, colore o sensazione, e tratto questi aspetti fino all'ultimo momento narrabile .
SZ - Esiste “cadavere” nel tuo lavoro? Penso che su questo punto tu sia arrivato ad una finissima complicazione estetico/concettuale sofisticata dalla scelta del mezzo fotografico.
E’ un rompicapo tremendo e tu lo stai servendo con un profumo di fiori in sottofondo…
AR - No, niente di tutto questo, nessun cadavere e nessuna estetica, uso insetti per descrivere emozioni o superfici che nell'interazione con il soggetto diventano spazio .
Quello che era un “non luogo” assume una dimensione sublime nell'incanto stesso del nulla che la ospita, talmente insignificante che solo il nostro stupore bambino dinanzi al paesaggio inaspettato restituisce dignità a frammenti di vita, in questo strano soffermarsi oggi, ultima testimonianza di pensieri che non abbiamo avuto.
Con questa ultima risposta lo saluto e chiudo la nostra conversazione tramite e-mail.
Scorro ancora le immagini del suo lavoro e mi accorgo che c’è un'altra domanda che avrei voluto porre ad Adelino, vorrei chiedergli se quella lumachina che ha visto nella pozzanghera divincolarsi per scampare all’annegamento, dopo essersi avvicinato a fotografarla l’ha poi tolta dall’acqua.
Ma ormai l’ora è tarda, e pensandoci meglio me l’ha già detto, a casa mia tutti sono a letto che dormono ed anch’io ho sonno, l’unica ancora sveglia è la mia cagnetta, che attenta e agitata guarda qualcosa fuori dalla finestra, mi avvicino, guardo anch’io ma non vedo nulla. Guardo ancora più approfonditamente ma nulla.
Di li a poco arrivò una piccola scossa di terremoto.
Un Entomologo Distratto
Tommaso Carozzi
Fra il VI e il V secolo a.C. i primissimi filosofi nel tentativo di definire i fenomeni naturali arrivano alla determinazione di un principio che genera, regge e riassorbe tutte le cose. Questo principio è stato denominato Physis, che indica natura, nel senso originario di realtà prima e fondamentale. Così Talete identifica tale principio nell’acqua. Eraclito di Efeso, osservando lo scorrere di un fiume, pensa al dinamismo quale caratteristica essenziale dello stesso principio (panta rhei). Parmenide di Elea tenta una deduzione dei fenomeni partendo dalla coppia di opposti luce e notte, essere e non essere, arrivando a proclamare che con nessuna delle due c’è il nulla e che ambedue sono essere. In effetti, Parmenide attribuiva sensibilità addirittura ai cadaveri. L’oscura notte, in cui si risolve il cadavere, non è il non- essere ossia il nulla e perciò il cadavere permane nell’essere, continuando in qualche modo a sentire e quindi a “vivere”.
Tutte le deduzioni e le conclusioni dei filosofi naturalisti erano basate su un unico strumento: l’osservazione.
Oggi, 2500 anni dopo l’epoca dei pensatori della physis, Adelino Rossi torna ad osservare e ad occuparsi di cadaveri. La sua attenzione non è però rivolta alla morte del corpo umano. Nella fotografia di Adelino non sono presenti tavoli d’obitorio, necrosi e ferite come ci mostra il fotografo Serrano. Egli preferisce morti meno ingombranti come quelle di piccoli animali, insetti, rettili, roditori.
L’occhio che si addentra nel microcosmo non è quello dello scienziato che studia muscoli, tendini o antenne sensibili, ma quello dell’artista che ricerca forma, composizione, allusione, significato. Così l’obiettivo della macchina fotografica si avvicina come ultimo e unico spettatore. Non è, però, il particolare esasperato che interessa il fotografo, ma ancora una visione d’insieme che coinvolge il rapporto del soggetto con lo sfondo e che costringe l’osservatore ad una doverosa distanza. Nella fotografia di Adelino Rossi è sempre presente uno sfondo piatto e desaturato che accoglie le ombre inconsistenti proiettate dai piccoli corpi. Esso rimanda ad una dimensione diafana e ultraterrena certamente allusiva. All’interno di questo spazio innaturale i soggetti si dispongono in composizioni inaspettate, in danze silenziose e immobili.
Sembra di trovarsi al cospetto della collezione disordinata di un entomologo a cui sono stati tolti tutti gli spilli e le etichette.
L’esoscheletro che in vita ha fatto da supporto ai muscoli e da protezione alla vita, è ora un sarcofago immacolato che racchiude e protegge una morte interna e quindi celata, come un tesoro prezioso da non disperdere.
Così sul banco del collezionista rimane solo il corpo degli insetti, stupefacente e integro, quasi la morte fosse solo una posa da modello, un momentaneo torpore o un sonno profondo che merita di non essere interrotto.
Il dolore e il dramma che spesso caratterizzano gli ultimi momenti dell’esistenza di ogni essere vivente, sono ora totalmente assenti. Non c’è decomposizione, nessun decadimento è in atto, ma tutto perdura in uno stato etereo e incorrotto, un incanto che tuttavia cova in grembo una futura disillusione.
La fotografia di Adelino Rossi descrive la morte ma ci parla della vita, non per contrasto o per esclusione, ma per complementarietà, come parti necessarie del meccanismo dinamico che regola l’universo e i fenomeni naturali, come luce e notte, essere e non-essere.
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